Fritz Hagl © 2012

FRITZ HAGL Pittore 1928 - 2002

INTRODUZIONE

Di Fritz Hagl

Fritz Hagl in his studio Quarant’anni di vita da pittore sull’ isola mi hanno condotto al Tema che, elaborato fino ad oggi in tante variazioni, rappresenta la mia pittura.

Nei primi anni, dopo aver costruito la mia casa, mi appropriai delle composite forme dell’ Elba disegnando davanti alla natura, attento fin da allora ai loro dettagli sottilmente strutturati.

Le spiagge furono una vera miniera, un prezioso cosmo di elementi che bastava osservare dando loro il rilievo appropriato. Scoprii presto che il mondo consiste di tanti particolari che comprendono già il tutto.

Questo lembo di terra circondato dal mare, sul quale di fatto ormai vivevo, il raggio d’ azione limitato, la vita ritirata, quasi isolata che conducevo e che ho sempre condotto, indirizzarono la mia attenzione alla natura informe . Si era negli anni 60/70.

Questa natura divenne il mio materiale e la integrai sempre più nel mio lavoro: essa divenne il mio maestro e come tale l’accolsi.

A questo punto mi sentii pronto a ricominciare daccapo. Poiché sono sempre voluto rimanere un pittore, non ho mai usato nei miei quadri né minerali né trame di materiali organici, ma li ho adoperati come sagome o come impronte di base.

Era un metodo progressivo: partendo da una forma iniziale, andare avanti dipingendo su tutta la superficie del quadro, come per gioco, senza un’ idea precostituita, ma con la massima concentrazione.

Questo procedimento, molto proficuo, mi dava sicurezza e fiducia: non avevo il minimo dubbio che quella fosse la via giusta.

Il risultato finale mi interessava poco. Era lo svolgimento in sé ad affascinarmi del tutto. Non partivo da un’ idea prefissata: gli spunti che si presentavano mentre dipingevo, li potevo subito convertire in fatti pittorici, ma non mi lasciavo più coinvolgere da grandi idee: scoprii che, nel dipingere, una quantità di suggerimenti affioravano in risposta al mio operato ed io procedevo in questo dialogo finché il flusso creativo non si interrompeva e sentivo che per il momento dovevo lasciar riposare il quadro.

Poiché tenevo sempre a disposizione parecchie tavole preparate, potevo proseguire e dipingere su un’altra avvalendomi dello slancio del lavoro precedente, non essendo costretto, in tal modo, a ideare continuamente del nuovo. Mi abituai a lavorare sempre a diversi quadri contemporaneamente. Questo metodo evita di applicarsi troppo a lungo ad un solo quadro, cosa che, costringendo a sovrapporre diversi strati di pittura, dà luogo ad un accumularsi di situazioni pittoriche irrisolte, quasi fosse il diario strettamente legato, di un pittore, del quale alla fine resti visibile solo la copertina

Potrei mostrare una serie di “arrosti” antecedenti al periodo elbano: annegano nell’olio e non hanno più né trasparenza né luce.

Voglio che il mio sia un diario aperto: nel mio studio si trovano molti lavori che definirei transitori. Mi sembrarono già allora non risolti e tali li ho lasciati: nella loro sincerità emanano una costante forza ispiratrice.

Siccome applico ai miei dipinti una mano di vernice trasparente, velata quasi come un acquerello, attribuisco molta importanza alle basi chiare con fondo a tempera. Questo giova molto ai miei colori: ricevono la luce dalla profondità e gli strati di colore superficiali, che modellano la forma, si portano otticamente in avanti emergendo dal fondo del dipinto. Viene a crearsi in tal modo una sorta di prospettiva a strati che, quando tonalità calde e fredde si affiancano, suscita un effetto di lieve movimento.

Il quadro sembra muoversi, nel vero senso della parola, verso chi guarda.

Col tempo scoprii nuove possibilità nell’impostazione di un dipinto creando strati caotici intermedi che, durante il lavoro, andavano ordinandosi e modellandosi progressivamente: nasceva così, dalla materia grezza ispiratrice, la mia forma pittorica.

Non avendo che pochissimi contatti con l’ esterno, né mostre, né informazioni nel campo artistico, dovevo ricorrere esclusivamente a me stesso e mi avvalevo di ogni mezzo per spronarmi a proseguire, senza scivolare, in questo cammino impervio.

Dapprima non fu semplice trovare il mio ritmo personale. Non c’era solo la pittura. Avevo da fare in casa e in giardino e dovevo scoprire quando mi sentivo portato per l’ una o per l’ altra attività.

Le mie energie si sprigionavano di mattina; quello era il momento ideale per costruire la casa, tagliare alberi e zappare.

Nel primo pomeriggio, quando le mie risorse fisiche si erano un poco attenuate, si acuiva la mia sensibilità per cose più sottili : era l’ ora di dipingere.

Per esperienza sapevo che di mattina, dopo l’ interruzione notturna dell’ attività, era inutile andare nello studio: la mia irruenza non giovava ai miei quadri. Solo di pomeriggio, sopravveniva in me uno stato contemplativo, molto favorevole alla pittura che mi permetteva anche di riallacciarmi con facilità al lavoro precedente.

Devo alla mia natura libera e indipendente il privilegio di aver potuto organizzare il mio tempo a mio talento.

I miei quadri non hanno titolo; chi li osserva può trovare in tutta libertà una sua interpretazione e dare un proprio contributo al divenire del quadro: in tal modo partecipa attivamente al mio lavoro e gli assicura una continuità di vita.